Oggi | 10 giugno 2021 16:08

Inchieste&sfruttamento, trema il distretto delle borse

Un'inchiesta della Guardia di finanza di Firenze, fotocopia di un'altra condotta venti giorni fa dalla Guardia di finanza di Prato, incrina la reputazione del distretto fiorentino della pelletteria di lusso, uno dei poli che (fino al Covid) è cresciuto di più in Italia, attirando gli investimenti dei grandi marchi della moda grazie al 'saper fare' tramandato negli anni.

Ad essere messa in discussione è l'organizzazione della filiera produttiva, formata da grandi brand che appaltano la fattura delle borse a "gruppi" (il cosiddetto primo livello), che a loro volta si affidano a subfornitori (che spesso chiamano in causa altri sub-subfornitori) per assemblare e cucire le pelli. Nei due casi oggetto delle ultime inchieste questi subfornitori sono cinesi, evadono tasse e contributi, utilizzano manodopera a nero e sfruttano i lavoratori (soprattutto cinesi, ma anche africani, pakistani, bengalesi) pagandoli tre euro all'ora e costringendoli a turni massacranti di 14-15 ore al giorno, anche con l'utilizzo della violenza.

L'inchiesta di Firenze riguarda la produzione di borse del marchio Burberry, che era stata affidata da un intermediario italiano alla Samipell srl di Campi Bisenzio, azienda intitolata a coniugi cinesi fallita nel marzo scorso.

L'inchiesta di Prato coinvolge invece la pelletteria cinese di Poggio a Caiano "Serena", produttrice di borse per il brand francese Chloè, con 18 addetti cinesi e africani. Anche in questo caso la commessa era stata veicolata da un'azienda guidata da italiani, l'unica ad avere rapporti con la casa di moda. Qui però - per la prima volta - i due amministratori dell'azienda committente sono stati denunciati per concorso nello sfruttamento lavorativo.

Dopo questi ultimi episodi che hanno messo in luce le distorsioni della catena di fornitura, il distretto della pelletteria di lusso dovrà decidere se e come rispolverare i progetti (mai attuati) di legalità del settore.