Oggi | 4 giugno 2021 23:56

Con la pandemia tremila professionisti in meno

Bandi costruiti su misura per i professionisti, incentivi alle aggregazioni e all'imprenditoria giovanile, rivedere le politiche di numero chiuso in ambito universitario: sono alcune delle richieste del mondo delle libere professioni emerse nel corso di una iniziativa online, promossa da Confprofessioni, per la presentazione del 2/o Rapporto sulle libere professioni in Toscana. Fra i partecipanti, il presidente nazionale dell'associazione, Gaetano Stella; il nuovo direttore dell'Irpet, Nicola Sciclone; l'assessora regionale a istruzione, formazione e impiego Alessandra Nardini.

La pandemia Covid-19, per Confprofessioni, è costata circa 3mila "vittime" in Toscana, dove i liberi professionisti decrescono nel I e nel II trimestre 2020 rispettivamente del -2,5% e del -2,8% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, dopo che dal 2011 al 2019 l'incremento è stato del 10,8%. Sono 104mila i liberi professionisti che operano in Toscana, il 25,6% del totale dei 408mila lavoratori non dipendenti della regione, con 95.297 liberi professionisti senza dipendenti e 14.861 con dipendenti: questi ultimi hanno accusato una riduzione del -5,6% nel periodo 2009-2019, valore in controtendenza con quello registrato a livello nazionale (+5,8%).

Il 22% dei liberi professionisti toscani opera nell'area tecnica, il 16% nella sanità e nell'assistenza sociale, un altro 16% nei servizi alle imprese e tempo libero, un 14% nell'area amministrativa, un 12% nel commercio, finanza e immobiliare, un 11% nell'area legale, e il 9% è rappresentato da veterinari e altre attività scientifiche, categoria in cui rientrano anche i tecnici informatici.

Secondo Ivo Liserani, presidente di Confprofessioni Toscana, «l'aggregazione professionale e la multidisciplinarietà sono strumenti indispensabili per la libera professione del futuro», e dunque «dobbiamo trovare il modo di attuare delle politiche che portino i professionisti toscani a unirsi: bisogna imparare anche a vedere lo studio professionale come una impresa, dunque con i numeri di un'impresa, come accade in altri paesi d'Europa e in altre regioni d'Italia». Il problema delle dimensioni ricorre anche nella questione dei bandi regionali: «I bandi più importanti sono aperti anche a noi - ha spiegato Liserani - però sono declinati sulle misure dell'industria: se per un finanziamento per delle reti di imprese si stabilisce un minimale di 30mila, di 50mila euro, è chiaro che gli studi professionali non arriveranno mai a quei minimali, per cui dovremmo pian piano imparare a disegnare dei bandi sulle misure specifiche dei professionisti».