Oggi | 14 giugno 2019 15:23

«Economia circolare? Con queste norme è difficile»

Il paradosso è servito: il distretto tessile di Prato, che è nato e cresciuto riciclando abiti usati per farne nuove fibre, oggi che si parla tanto di economia circolare è frenato nel riuso dei residui di filatura, tessitura, rifinizione e confezione, così come in quello di abiti usati, da norme cavillose, restrittive, che richiedono adempimenti complessi e costosi.

Un percorso a ostacoli che va a incrementare la quantità di rifiuti tessili (di difficile smaltimento vista la carenza di impianti) e soffoca le aziende, che ora - stanche di aspettare - hanno deciso di appellarsi direttamente al ministro dell'Ambiente, Sergio Costa. «Venga a vedere con i propri occhi il nostro sistema virtuoso e la qualità del nostro lavoro, ma anche le difficoltà», hanno scritto in una lettera Confindustria Toscana nord, Confartigianato, Cna Toscana centro e l'associazione Astri.

L'accusa è diretta: per fare in modo che un residuo di lavorazione sia gestibile come sottoprodotto, anziché finire tra i rifiuti, oggi le imprese devono fare adempimenti complessi e onerosi, pesanti soprattutto per quelle più piccole. Per gli abiti usati, poi, serve una normativa snella sull'"end of waste": il Governo sta lavorando su questo terreno per altri settori (pneumatici, carta e cartone, plastiche miste e rifiuti da costruzione e demolizione), mentre il tessile resta in lista d'attesa. «Da due anni stiamo aspettando una normativa sull'"end of waste" che definisca chiaramente quando un abito usato cessa di essere considerato un rifiuto e può essere trattato come una risorsa: non possiamo più attendere», sottolineano le aziende. Così «l'economia circolare resta solo un'alta e nobile aspirazione» e si tocca con mano il «distacco tra il mondo politico e la realtà produttiva».