Oggi | 19 aprile 2019 23:54

I toscani consumano sempre meno agnello

Ai toscani la carne d'agnello piace sempre meno. Confagricoltura calcola che quest'anno la Pasqua farà registrare una flessione del 15% nei consumi di carne ovina. «Le richieste rimangono più o meno stabili nelle zone di campagna, ma nei centri abitati più grandi e nelle città, la tradizione dell'agnello pasquale è sempre meno praticata - spiega Angela Saba, presidente della sezione Ovicaprini di Confagricoltura Toscana -. In alcune aziende i capi non sono stati addirittura ritirati e molti allevatori, per tutelarsi, hanno accettato di vendere con largo anticipo ai commercianti, che poi hanno provveduto a congelarli in attesa delle festività».

La consueta impennata degli acquisti last minute da parte dei consumatori, non salva la situazione e i ricavi degli allevatori rimangono al palo. «Ogni anno che passa, siamo costretti a vendere ai grossisti a prezzi sempre più bassi, anche in occasione di questa Pasqua, i nostri margini perdono più del 20 %», spiega ancora Saba. «Chi ha venduto in questi giorni lo ha fatto a una media di 3,50 euro al chilo, ma chi si è mosso più di un mese fa ha dovuto abbassare il prezzo a 2,50 euro. Prezzi ridicoli per una carne pregiata e di grande valore nutrizionale».

Per gli allevatori si tratta di un ulteriore problema (che si somma ai danni provocati dai predatori e al ribasso dei prezzi del latte). «La situazione nella nostra regione è allo stremo» - sottolinea Saba -. In Toscana, negli allevamenti, concentrati soprattutto in Maremma, la situazione è preoccupante. Ogni anno chiudono più di 50 aziende, ne sono rimaste circa 1.200, che nel giro di breve, se l'andamento non cambierà - tra predazione, prezzo del latte in picchiata e incremento dell'import di carne da fuori - scompariranno, trascinandosi dietro tutto un indotto che dà da mangiare a tantissime famiglie».

Unica nota positiva: è in forte aumento la richiesta che proviene dal mondo musulmano, grande consumatore, per motivi religiosi, di carne ovina. «Ormai una bella fetta di mercato circa un 20% della nostra produzione segue questo canale di vendita», conclude Saba.