Oggi | 14 settembre 2018 10:04

Bancarotta fraudolenta, 5 anni e mezzo a Verdini

Dopo la condanna in appello a 6 anni e 10 mesi per la bancarotta del Credito cooperativo fiorentino, ieri il Tribunale di Firenze ha condannato in primo grado l'ex parlamentare del Pdl (poi di Forza Italia e Ala) Denis Verdini (nella foto) a 5 anni e mezzo e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici per la bancarotta della Ste, la Società toscana di edizioni che pubblicava il Giornale della Toscana, inserto locale del Giornale della famiglia Berlusconi, e che è fallita il 5 febbraio 2014. Il pm Luca Turco aveva chiesto tre anni.

Il Tribunale ha inflitto a tutti gli imputati pene più severe di quelle richieste dall'accusa: 5 anni e interdizione perpetua dai pubblici uffici a Massimo Parisi, ex consigliere Ste ed ex parlamentare per cui il pm aveva chiesto 2 anni; 3 anni e interdizione per 5 anni all'ex presidente Ste, principe Girolamo Strozzi, all'ex amministratore delegato Pierluigi Picerno e all'ex consigliere Enrico Luca Biagiotti, tutti accusati di concorso in bancarotta fraudolenta. Il pm aveva chiesto 2 anni. Tutti dovranno risarcire la curatela del fallimento Ste e alcuni poligrafici e giornalisti che si erano costituiti parte civile.

Secondo i giudici, la Ste era «una società fantoccio», che ha sempre versato in gravi difficoltà e che nel 2005 ha venduto per 5,2 milioni la sede del giornale a Firenze, in via Cittadella, ma ha deciso di utilizzare la plusvalenza «non già per ridurre l'imponente esposizione debitoria bensì per procedere all'acquisto delle quote della Nuova toscana editrice», «una società in perdita, con patrimonio netto negativo e con bilanci non depositati», «un mero simulacro ». Da questa operazione Verdini e Parisi, che detenevano ciascuno il 20% della Nuova toscana editrice, incassarono il prezzo corrispondente al 70% delle quote: 1,3 milioni a testa. 

« È vero che i soldi erano usciti dalla società ma due anni prima del fallimento sono anche rientrati», ha detto uno dei difensori, l'avvocato Antonio D'Avirro, preannunciando ricorso in appello.