Oggi | 27 marzo 2015 14:01

Dalla comunità cinese il 22% del Pil di Prato

Il contributo diretto al Pil della provincia di Prato dato dalla comunità cinese ammonta a 705 milioni di euro, cioè l'11% del totale, mentre gli investimenti valgono l'8%, le esportazioni incidono per il 33% e i consumi delle famiglie cinesi raggiungono i 172 milioni di euro, il 5% di quelli totali. Se non vi fosse la comunità cinese il Pil della provincia sarebbe più basso del 22%. Sono stime elaborate dall'Irpet in un rapporto basato su dati di Istat, Camera di commercio di Prato, Regione Toscana, Comune di Prato.

Il settore del pronto moda cinese evidenzia una tendenza alla diversificazione settoriale delle attività e al miglioramento qualitativo dei prodotti e sembrano intensificarsi i legami professionali e gli scambi di competenze con la comunità autoctona: le imprese cinesi cercano lavoratori italiani per le fasi più pregiate della produzione. Emerge inoltre l'esistenza di un sistema di subfornitura internazionale, in cui si importano semilavorati dalla Cina, si completano le lavorazioni a Prato e si esporta in tutta Europa, in altri paesi sviluppati e in misura crescente anche verso la Cina. Secondo i ricercatori, proprio questo gruppo di relazioni internazionali molto intense potrebbe aprire nuovi interessanti prospettive di sviluppo per il distretto pratese.

Nel distretto pratese coesistono quindi sia elementi critici (condizioni di lavoro precarie e in taluni casi illegali, esasperate dal livello elevato della concorrenza di prezzo, conflittualità tra le due comunità locali), sia potenzialità da sfruttare (operosità della comunità cinese, motivazione e forte etica del lavoro, intense relazioni internazionali, non solo nella fase di vendita dei prodotti finali).

Per questo le forze economiche e sindacali presenti questa mattina alla presentazione della ricerca dicono sì allo sviluppo di progetti e relazioni, a patto che si intensifichino sforzi contro l'illegalità.
«Grazie al potenziamento dei controlli 400 delle aziende cinesi intercettate e multate sono adesso regolari. E' un numero piccolo, appena il 10%, ma è un risultato da cui partire – ha detto il vicepresidente dell'Unione industriale pratese Paolo Crocetta – La mentalità però sta cambiando, ci sono imprenditori cinesi che avviano l'attività chiedendo subito le certificazioni. Quello che serve è un patto per la filiera sicura e contro la concorrenza sleale. Prato è la fabbrica d'Europa dell'abbigliamento, dobbiamo sfruttare questa opportunità, serve un percorso di emersione con l'obiettivo della qualità».

I sindacati hanno invece chiesto con forza che si faccia di più per salvaguardare i diritti dei lavoratori. «Il Pil basato sull'illegalità e lo sfruttamento dei lavoratori non ci interessa», hanno detto, sottolineando la necessità di «controlli rigorosi su quella decina di grandi imprese tessili cinesi in cui finora non si è mai entrati».